UN’ANTICA AMICIZIA
di Iris Ieva

racconto-storico_21-11-15

Anno del Signore, 1006. Era da più di dieci anni che le scorrerie si facevano sempre più frequenti e ormai erano delle vere e proprie guerre. La chiesa del monastero era piena di affamati, di pellegrini che si muovevano da un’abbazia all’altra e di donne abbandonate al loro destino di vedove. Nei ricoveri erano presenti feriti di guerra o malati a causa della pestilenza. Per alcuni era la fine, per altri l’inizio di una vita difficile. Il monastero della città di San Giorgio era il più importante di tutti e lì si recavano le persone per avere conforto e protezione. Le giornate, ormai monotone per il clima presente in quel periodo, furono assalite da un avvenimento che rivoluzionò tutto e cambiò il corso delle cose…

«Per questo, fratelli tutti noi siamo qui per darvi una mano» disse Padre Giuseppe. «Recatevi nelle cucine per procurarvi da mangiare e per chi volesse vedere uno dei propri cari, si rechi dai monaci addetti all’infermeria.»
La messa mattutina era finita. L’aria fresca del mattino iniziava a riscaldarsi col sole che sorgeva. La maggior parte delle persone si lamentava della quantità di cibo che gli veniva donato:
«Ho quattro figli, come faccio a farli mangiare con così poco?»
Giovanni si diresse nello scriptorium dove avrebbe dedicato le ore del mattino a copiare testi.
Un silenzio avvolgeva il corridoio. Nella sala spaziosa, con le finestre che la illuminavano, erano presenti dei banchi dove gli amanuensi copiavano i testi sulle pergamene.
«Giovanni! Che piacere vederti. Dimmi, com’è andata la preghiera del mattino?» Era Carlo, un illustre monaco amanuense.
«Piacere mio di vederti, Carlo. Padre Giuseppe dice che le invasioni dovrebbero finire in un arco di tempo di circa due mesi.»
«Non potevi darmi notizia migliore! Ma ora siediti qui e inizia a lavorare, non dobbiamo perdere tempo. Ricorda: ora et labora.»
Giovanni iniziò a trascrivere alcuni testi sacri e con un raschietto correggeva gli errori. Il tempo volò via in men che non si dica. Padre Giuseppe, intanto, chiamava tutti nel refettorio per pranzare e ascoltare le Sacre Scritture. Il pasto era semplice. Si mangiavano cibi di stagione provenienti dai campi, come cereali, frutta, verdura, pane. La carne e il pesce erano riservate alle occasioni speciali. Si sorseggiava un buon bicchiere di mosto o d’acqua. Non esistevano ancora le forchette. Si mangiava con un coltello o un cucchiaio.

Durante il pranzo collettivo, Giovanni sentì un rumore di zoccoli provenire dalla stalla vicina all’orto. A quell’ora non si erano mai uditi rumori di quel tipo. Giovanni si alzò dal tavolo e andò a controllare, nonostante Padre Giuseppe gli avesse lanciato un’occhiataccia. Le porte delle stalle erano aperte e gli animali schiamazzavano. Giovanni si avvicinò con cautela. Notò delle macchie di sangue sul terreno. In un angolo della stalla si scorgeva un corpo di dimensioni robuste.
«Ti prego aiutami» disse l’uomo.
«Che hai fatto?» chiese Giovanni terrorizzato.
«Sono stato ferito in guerra. Ero al galoppo quando un gruppo di soldati mi ha attaccato» fece l’uomo.
«Vieni,ti porto in infermeria.»
Giovanni si avvicinò e notò che era un cavaliere: aveva i capelli marroni e gli occhi scuri, un’armatura d’acciaio con sopra raffigurato un leone rosso e giallo, calzari grigio scuro. da uno di questi colava un rivolo di sangue. Il religioso portò il cavaliere con sé in infermeria. Lo curò e lo ripulì. Lo lasciò riposare e nel frattempo andò da Padre Giuseppe per avvertirlo dell’accaduto. Padre Giuseppe si precipitò dall’uomo, sperando non fosse un nemico. L’uomo, sdraiato sul lettino, si svegliò.
«Chi sei?» chiese Padre Giuseppe sospettoso.
«Padre vada, a lui ci penso io» disse Giovanni bisbigliando.
Il monaco andò via.
«Scusa per la mia irruzione. Non volevo creare disturbo, avevo bisogno di un luogo dove riposarmi» fece il cavaliere.
«Non ti preoccupare. Ma dimmi, chi sei?»
«Il mio nome è Giorgio. Sono un cavaliere al vostro servizio e combatto per voi.»
Giovanni iniziò a parlare a Giorgio e gli raccontò di come era diventato cavaliere. Giovanni lo presentò ai suoi compagni e in poco tempo tutti lo trattarono come se fosse sempre stato presente tra loro. Il giovane si faceva volere bene da tutti perché aiutava nei campi, nelle cucine, nelle stalle e a distribuire il cibo ai poveri. Alcuni amavano soffermarsi più a lungo per ascoltare il racconto delle sue imprese.

Passò un mese da quando Giorgio era arrivato al monastero. Con lui le giornate divennero più allegre. Giorgio era ritornato in forma e aveva stretto una forte amicizia con Giovanni, il quale gli aveva insegnato a scrivere e a leggere. Un giorno Giorgio decise che era giunto il momento di partire. Tutti gli abitanti della città lo salutarono chiedendogli di ritornare presto.
«Giovanni, dov’è Giovanni?» chiese Giorgio.
«Sono qui amico mio» rispose.
«Non dimenticherò mai tutto quello che tu hai fatto per me. Ti terrò sempre nel mio cuore. In un modo o nell’altro ci rincontreremo» disse Giorgio con voce roca.
«Addio, amico mio.» Giovanni aveva il cuore in gola, le lacrime gli incorniciavano il viso.
«Mai dire addio. Addio significa dimenticare. Semplicemente… arrivederci.»
Giorgio montò a cavallo e si allontanò nella luce del tramonto.

© Maggio 2015

L’AUTRICE del racconto appena letto è Iris Ieva (2003), una studentessa della Scuola Secondaria di Primo Grado “Antonio Gramsci” di Aprilia (Lt).

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