Se gli tsunami fanno rivivere i pesci-mostro della preistoria

Basta una serata spaparanzati sul divano sintonizzati su Discovery Channel, e dalle profondità oceaniche, oltre che dalla notte delle paure ancestrali, emerge il mistero travestito da cronaca.

Basta il cadavere orrendamente maciullato di una balena a far rivivere lui, il terrore di tutti i mari, il Megalodonte. Nome in codice “Meg”. Che non è il diminutivo yankee di Margherita, bensì l’appellativo di un bestione a confronto del quale il noto serial killer della saga cinematografica dello Squalo sembra un pesciolino rosso da mettere in una boccia di vetro sul piano cucina, proprio di fianco al suddetto divano.

Ma non doveva essere estinto, quell’iradiddio? Sì, doveva. Anzi dovrebbe. Forse. Si spera, più che altro. Quella macchina da guerra che poteva (può?) raggiungere i 18 metri di lunghezza, con denti lunghi a loro volta sui 18 centimetri, nuotò e sbranò in lungo e in largo, soprattutto nell’Atlantico, fra 23 e 5 milioni di anni fa. Era il Miocene, tempi duri, per i troppo buoni: che infatti finivano tra le sue mostruose fauci. Sennonché… Sennonché i Meg, come i loro colleghi di stragi, i Calamari giganti, altrimenti detti Kraken, non li si può (non li si potrebbe) tranquillamente contare uno a uno alla maniera dei panda o delle foche monache. E ammesso e non concesso di arrivare loro a tiro, alcune migliaia di metri sotto la superficie del mare dove oggi in linea teorica si nascondono, chi avrebbe il fegato di andare a infilargli il collarino magnetico per studiarne gli spostamenti? Quindi si deve ragionare per induzione, incrociando le dita.

Affidandosi ai criptozoologi, gli archeologi della zoologia, i cacciatori di enigmi, quei romantici Indiana Jones armati di pazienza, di testi scientifici e di… buona sorte e che ogni tanto tirano fuori dal cilindro della Natura il coniglio: cioè una specie ritenuta erroneamente estinta e invece viva e vegeta. Come accadde con il Celacanto, ritrovato nel 1938. In Indonesia e quello in Giappone poi, sono spuntati video di strani pesci ripescati nei mari sconvolti dai maremoti. Fantasie? Sta di fatto che in Rete quei video sono un fenomeno: cliccatissimi. Del resto certezze non ce ne sono: i criptozoologi, quando non li incontrano di persona, i naufraghi andati alla deriva del mondo che fu, i sopravvissuti a ogni genere di intemperie climatica, esaminano i segni, gli indizi lasciati sui luoghi dei delitti o della semplice, pacifica esistenza. E si affidano pure alla storia, alle testimonianze di pescatori, viaggiatori, sognatori… E anche degli scrittori che ancorano le loro fantasie ad alcuni dati certi.

Per tornare a Meg, ad esempio, ci si deve rivolgere a Steven Robert Alten. Statunitense, classe 1959, ha scritto tredici romanzi di science fiction, cinque dei quali compongono la serie del Megalodonte: Meg: A Novel of Deep Terror (1997); The Trench (1999); Meg: Primal Waters (2004); Meg: Hell’s Aquarium (2009); Meg: Origins (2011). Uomo d’acqua, Alten ha scelto, come eroe negativo, l’incubo d’ogni navigante o bagnante. E di sicuro, ciò che forse sopravvive laggiù, in fondo al mare, come residuo tossico della preistoria, se emergesse non farebbe prigionieri…

Fonte: Ilgiornale.it
Autore: Daniele Abbiati
Aggiornamento: 19-06-2014 (25)
Sezione: Psiche e Aurora
Rubrica: Misteri