«L’ecstasy mi ha distrutto il fegato, ma il Cocoricò non va fermato»

storie_10-08-15Quella notte lo trovarono svenuto sotto la Piramide del Cocoricò. Era la festa del suo diciottesimo compleanno e rischiò di essere l’ultima. «Avevo preso un grammo e mezzo di ecstasy, 80 euro, che mi è salita dopo dieci minuti. Ho sentito un caldo assurdo e ho capito che non sarei tornato a casa con le mie gambe». Aveva capito bene Libero: si risvegliò dopo otto giorni a Bologna su un letto del Sant’Orsola, con un grande affanno e la faccia liquida di suo cugino che lo guardava dicendo qualcosa. «Ma io non lo sentivo». Dentro di sé Libero aveva un fegato nuovo perché il suo era stato spappolato dalla droga. «Epatite fulminante da Mdma (ecstasy, ndr)», fu il referto medico che spiegava il coma in cui era piombato il 30 novembre del 2011.

Ed eccolo Libero Del Prete quattro anni dopo, nel giardino di questa palazzina popolare di Cattolica dove vive con mamma, nonna e Susy, la bastardina che gli è stata sempre accanto. «È la mia infermiera», dice con un filo di voce stropicciando Susy come un peluche sotto la panchina dove deve sedersi per la fatica. Pantaloni neri e camicia bianca da cameriere, Libero ha gli occhi di chi deve aver visto qualcosa di molto brutto. «La morte», semplifica lui nel tentativo di sdrammatizzare quello che ha vissuto.

«Io ho già perso la vita una volta. Nella precedente bevevo birra e fumavo spinelli, poi sono arrivate l’ecstasy e lo sballo. Non voglio più saperne». Legge le cronache di Lamberto, il sedicenne che non ce l’ha fatta. Sempre al Cocoricò di Riccione, sempre per la «sintetica». «Io sono un miracolato e mi sento molto vicino a lui. Sedici anni, un ragazzino. Penso che sia stato più debole degli altri, come lo ero stato io. Magari si potesse risvegliare anche lui. Avrei molte cose da dirgli». Chiede un numero dei genitori. «Vorrei parlare con loro, detesto i commenti che girano in Rete, dove lo prendono in giro: “Il Cocco chiude per colpa sua”. Ma come si fa, un ragazzo muore e pensi al Cocco?».

Susy gli passa sotto le gambe, la accarezza. «L’avevano abbandonata, bastardi». Libero fa il cameriere stagionale in un albergo a tre stelle e questa è piena stagione. «Ma io vorrei farlo per tutta la vita, è un lavoro che se ti metti giù a testa bassa fai i soldi. A settembre vado in un hotel di Trento, per la stagione invernale».

Diploma da elettricista, qualche anno di fabbrica come operaio, poi parcheggiatore e muratore, Libero si è scelto un lavoro dove si sgambetta per ore, lui che fino a qualche tempo fa stentava a camminare. «Se mi dicono di non fare una cosa io in genere la faccio. Ma è stata dura: pesavo 72 chili prima dell’intervento, dopo la prima operazione ero 65, dopo la seconda 47, tutto per colpa di quella schifezza. All’inizio non riuscivo a camminare e andare in bici. E anche adesso sono sempre molto stanco. Se alzo venti chili per tre volte mi sento mezzo morto».

Una vita di limitazioni: «Devo evitare crostacei, alcolici, pasticcini, il pompelmo, il fumo, anche se qualche sigaretta me la concedo, l’unico vizio che mi è rimasto. Ho cambiato compagnia. Adesso la sera esco con amici che a causa mia non bevono niente e quando prendono una birra mi chiedono scusa. “Ma bevete”, dico io, quella non fa male. Stasera sono con loro, prendo una pizza e una bella coca media con ghiaccio e limone. E ridiamo come dei matti».

E il Cocoricò? «Ci sono tornato qualche volta ma non riesco a stare in piedi a lungo. Mi piace ascoltare musica minimal, elettrica. Comunque non m’interessa più andare a ballare e preferisco mettermi da parte i soldi. Ma sono contrario alla chiusura del locale perché porta turismo e denaro, anche se io ne sto risparmiando parecchi: i 30 euro d’ingresso, i quattro della birra… Li metto da parte. Un giorno avrò una casetta per me e Susy».

Libero si alza. È un giovane alto, magro e dinoccolato. Nel pallore del suo viso si fa largo una piega: «È un grande desiderio». Riguarda il donatore che gli ha salvato la vita. «Un ragazzo di Foggia. Sì, ora sono anch’io un po’ terrone – sorride dolcemente -. Vorrei tanto parlare con quei genitori perché sento che dentro di me vive un po’ anche il loro figlio e vorrei farglielo sapere. Sarebbe un incontro molto bello».

Autore: Andrea Pasqualetto
Fonte: Corriere.it