Ciociaria e surrealismo: Landolfi e de Libero in “Sulle tracce del surrealismo italiano” di Silvana Cirillo

creativi_29-06-16Ricordano i paesaggi boscosi di Pico certi scenari sui quali si apre Racconto d’autunno di Tommaso Landolfi, scrittore che nel 1908 nacque proprio in quel paesino delle montagne ciociare. A lui e a molti altri autori che più o meno direttamente si rifanno a una poetica surrealista sono dedicate le pagine fresche di stampa, dell’opera di Silvana Cirillo, Sulle tracce del surrealismo italiano (Esedra, 2016), nella quale l’autrice rintraccia la “linea magica” che ha attraversato, da un capo all’altro, la letteratura italiana del Novecento.

Tra questi scrittori, oltre a Tommaso Landolfi, che passò gran parte della sua vita tra Pico, dove c’era il palazzo di famiglia e Roma, è presente anche Libero de Libero, che alla sua terra natale, la Ciociaria, pur nutrendo nei suoi confronti un sentimento ambivalente, dedicò un famoso componimento, Ascolta la Ciociaria: «Spesso non s’incontra la Ciociaria, / da una rondine non l’hai intesa lodare, / dalla rocca non l’hai vista a Paliano / e per le acque del Cosa non sei passato, / alla svolta di Veroli, in una via di Ripi: / non conosci Maenza, non sai Ferentino, / non sei stato a Boville, non abitasti a Pofi, / sulla piazza di Anagni non ti sei fermato». Libero de Libero aveva scritto poesie fin da bambino ma, nell’ambiente provinciale del suo paese, «odoroso fantasma», provava vergogna per la sua passione “stravagante”; solo una volta approdato a Roma per frequentare la Facoltà di Giurisprudenza alla Sapienza, conoscendo altre persone ispirate dallo stesso demone, aveva iniziato a farsi coraggio e a pubblicare: «Sono stato il solito ragazzo nutrito con schiaffi, fette di pane e libri d’ogni specie che, un giorno, scrive una poesia e se ne vergogna più che d’un grosso peccato, poi da giovane ci riprova e se ne vergogna di meno, ma da uomo ha continuato senza tanti scrupoli». Proprio nel cortile della Sapienza de Libero conobbe Luigi Diemoz, con il quale, nel 1928, dette vita ad un quindicinale letterario di orientamento filo-novecentista, L’Interplanetario, che avrebbe ospitato firme promettenti: Alvaro, Bontempelli, Moravia (che vi pubblicò un capitolo poi soppresso degli Indifferenti), Gallian (con il suo Dramma nella latteria).

Sempre de Libero avrebbe portato nella sua scrittura quel rapporto di amore-odio, ancestrale, materno con la Ciociaria, che farà da sfondo più o meno dichiaratamente alle sue riflessioni poetiche e ai suoi scritti narrativi. «Libero de Libero, poeta, prosatore e importante animatore della vita letteraria e artistica nella Roma degli anni ’20-’30, nacque a Fondi, in Ciociaria, nel 1910 e della sua terra, “terra di pastori guerrieri ido­li”, fece il punto di riferimento costante, la protagonista discreta ma sempre presente della sua poesia» scrive a questo proposito Silvana Cirillo. Così nella raccolta Banchetto, pubblicata nel 1949, che raccoglie il dolore della guerra conclusa da poco, la Ciociaria è circondata da immagini di «storia funesta»: «Povera figlia dei monti, povera madre dei fiumi / il tuo passato è una rosa appassita / … / O mia patria decorata di scheletri” (O mia patria in tutti i pensieri).

Chissà quanto questa terra mitica, spaventosa e amabile avrà influito nella definizione dell’immaginario e dello stile letterario di de Libero che Contini, per primo, chiamò «non ermetico ma surreale e, perciò, diverso da Quasimodo e Sinisgalli», considerandolo tra i pochi italiani vicini alla poetica surrealista. Chissà quanto i perimetri boscosi di Pico e l’antico palazzo paterno, distrutto dalla guerra, avranno ispirato il paesaggio di Racconto d’autunno, la dimora decadente, presso cui si rifugia il protagonista del racconto negli anni della Seconda guerra mondiale; chissà quanto proprio le cene di famiglia a Pico avranno costituito un ironico modello per le prime pagine di La pietra lunare, romanzo pubblicato da Landolfi nel 1939: «Nell’aria c’era odore pesante d’avanzi di lavatura di piatti e d’insetti domestici. Tutti si disposero il meglio che poterono, il bambino s’istallò sulle ginocchia di sua madre prorompendo in acute strida prive d’ogni luce spirituale; lo zio riprese la pipa e a sputacchiare, prima d’aver tratta una sola boccata, una saliva liquida; la zia colla bocca arrotondata e la sua perenne aria di compassione (che era un modo per esprimere tenero affetto)».