Alex Schwazer il campione abbandonato da tutti

azioni_11-08-16Noi ancora non lo sappiamo, ma Alex Schwazer ha ammazzato qualcuno. Non c’è altra spiegazione. Tra l’altro non deve avere ucciso «uno qualunque», un povero cristo, semmai il parente di qualcuno che conta: un bis-nipote del presidente Iaaf (federazione internazionale di atletica leggera), lo zio di un capoccione della Wada (l’agenzia mondiale antidoping). Viceversa non si spiega l’accanimento, il trattamento ai limiti della presa per il culo (e perdonateci il “culo”, ma quando ci vuole ci vuole) che il mondo dell’atletica sta riservando al nostro marciatore e, di riflesso, anche a noi italiani.

FUORI TEMPO
Schwazer conoscerà il suo destino – ovvero la decisione sul farlo o non farlo gareggiare a Rio – «entro venerdì», che poi è il giorno della 20 km, una delle due gare alle quali vorrebbe partecipare (per provare a vincerle, tra l’altro). L’ha deciso il Tas (Tribunale Arbitrale dello Sport), chiamato a trovare una risposta al seguente domandone: è Alex un dopato recidivo e quindi figlio di buona donna? Si è effettivamente «strafatto» di anabolizzanti l’1 gennaio scorso e merita quindi pernacchie e radiazione (8 anni, richiesta della Iaaf)? Avremmo dovuto scoprirlo nella notte italiana di lunedì ma, «chi comanda», ha scelto di rimandare ulteriormente ogni decisione (il primo rinvio senza senso è del 27 luglio, firmato dai «soliti» responsabili Iaaf).

Alex Schwazer – 31 anni, altoatesino, faccia da sberle – è uno sculettatore con i fiocchi e, infatti, marcia che è una meraviglia. La «povera» atletica leggera italiana se ne accorge ben presto, si attacca alla gallina dalle uova (e dalle medaglie) d’oro e ben fa. Non stiamo ad annoiarvi con l’elenco dei trionfi, ci limitiamo a citare il 1° posto di Pechino 2008, conquistato triturando gli avversari. Quattro anni dopo, alla vigilia dei Giochi di Londra, il «patinato» fidanzato della pattinatrice Carolina Kostner, viene giustamente sputtanato sulla pubblica piazza: è dopato, si fa di Epo, deve essere fermato. Così accade: Schwazer si becca, tra una cosa e l’altra, 45 mesi di squalifica, gli amici gli girano le spalle, la fidanzata lo molla. Praticamente è solo come un cane.

LA MANO DI SANDRO
Solo un tale gli tende la mano, Sandro Donati, paladino della lotta al doping, tecnico capace, uomo di sport che non piace al mondo dello sport per la sua petulante denuncia contro un sistema sporco e corrotto. «Ti alleno io», gli dice. «Grazie», risponde Alex. I due si fanno un mazzo così marciando lungo le strade provinciali, ben lontano dai campi di gara a loro preclusi. Schwazer viene guardato dagli altri come «sozzo e imperdonabile», ma se ne frega, ritrova forma e tempi, quindi alla prima occasione dopo la riabilitazione (Roma, Mondiale a squadre dell’8 maggio scorso) conquista vittoria e crono utile per volare a Rio.

Una favola straordinaria? Neanche per idea. Il 21 giugno salta fuori una provetta, quella relativa alle analisi a sorpresa dell’1 gennaio scorso: il test che a suo tempo diede esito negativo, improvvisamente si trasforma in positivo. Alex viene sospeso. E fa niente se gli altri 19 controlli a cui si è sottoposto negli ultimi due anni hanno certificato la sua “purezza”: Alex, per chi comanda, è come il lupo che perde il pelo e bla bla bla.

In conferenza stampa il marciatore, Donati e l’avvocato Brandstaetter sono incazzati come iene e gridano la loro innocenza. Spuntano telefonate registrate in cui si «consiglia» a Schwazer di non vincere «perché è meglio così». Come se non bastasse, l’ennesimo test (quello del 22 giugno) è negativo: Alex chiede e ottiene udienza al Tas. Il resto è storia di oggi: il-rinvio-del-rinvio-della-sentenza-sulla-vera-o-presunta-positività-relativa-a-un-test-che-era-negativo-ma-poi-è-risultato-positivo. Una situazione grottesca, un trattamento indegno. Il tutto condito da un silenzio bestiale: non tanto quello dei tifosi (c’è chi grida al complotto, chi semplicemente denuncia «l’indecenza» del trattamento riservato al nostro marciatore), quanto quello dei nostri «comandanti», dei capi-spedizione, dei responsabili del Coni. Nessuno tra quelli «che contano» che alzi un dito e dica: «Squalificarlo è vostra facoltà, umiliarlo proprio no».

Niente di niente: vince l’indifferenza, il mutismo rotto solo da Donati che, lunedì, dopo 7 ore di udienza, se n’è andato dall’aula di Rio sbattendo la porta. «Hanno già deciso», ha detto a mezza bocca. Sul volto la smorfia di chi inseguiva un sogno.

Autore: Fabrizio Biasin
Fonte: Liberoquotidiano.it